Critiche


Giacomo Vizzini

In un tempo come il nostro, in cui tutto è confusionario e raffazzonato, in cui apparire è più importante che essere, anzi è l’ imperativo categorico, trovare delle opere di così grande spessore artistico è una bella sorpresa.Tanto più se l’ artista è un uomo schivo e mite, che si mostra al pubblico con grande pudore.
Giacomo Vizzini è un autodidatta e quindi non appartiene a quella o a quell’altra scuola; ciò lo lascia libero di seguire l’ istinto del cuore e non lo lega a nessuna figurazione precostituita.
Tutto questo è ben evidente nelle sue opere, dove il colore è l’ indiscusso protagonista dei suoi racconti. Racconti lievi, miti come l’ autore, ma resi travolgenti e trascinanti dalla forza del colore appunto, che tutto trasforma e stravolge; per cui poco importa se di volta in volta guardiamo un paesaggio siciliano, una natura morta, un angolo del suo studio o uno scorcio di città, vediamo per prima cosa una gioia di vivere e una forza creativa che appartengono a un leone, un’ esuberanza che la tela regge a stento. Solo in un secondo tempo vediamo i soggetti; questi sono semplici, quotidiani, “a portata di mano”. Sono solo un pretesto per far esplodere il colore sulla tela, con tanta forza appunto che la tela, di solito di medie dimensioni, se non addirittura piccola, non riesce a contenere tanta vitalità e in pochi centimetri deve arginare la potenza espressiva di Vizzini, quasi mortificandone la forza. Verdi, gialli, blu, bianchi e un’ infinita gamma di rossi dilagano in ogni direzione a raccontare un mondo intimo e semplice, che potrebbe appartenere a ciascuno di noi.
Ma c’è il fuoco sotto la cenere, un fuoco pronto a divampare appena l’ artista lo lascia libero; così quella che sembrava una musichetta fischiata tra i denti diventa una ouverture con tutta la potenza dell’ orchestra.
E noi qui a chiederci :- Ma non era un raccontino, una musichetta, una cosa semplice ?!-
No, nulla di Vizzini è semplice, niente è scontato. Purificato dal fuoco del colore, il suo mondo intimo, personale, si trasfigura; il mondo di un uomo “ qualunque “ diventa il mondo di un eroe visibile solo per chi riesce a vedere il suo valore segreto.

Antonietta Mazzamuto


Miti di terre e di mari 2

Il poema dell’Odissea è sempre stato un punto fermo nell’immaginario collettivo, in quanto Ulisse, assurto a simbolo di tutta l’umanità, è il prototipo dell’essere umano, così fragile, ma anche così tenace nella sua voglia di conoscere, di scoprire l’ignoto.
Al contrario dell’ Iliade, troppo statica perchè basata solo sulla guerra di Troia, l’Odissea è dinamica, varia, é il viaggio per eccellenza, il moto perpetuo dell’uomo assetato d’avventure.
La si può leggere in molti modi: letteralmente, non discostandosi dalle avventure di Ulisse e dei suoi compagni; psicologicamente, come una discesa nel profondo dell’animo umano, con le sue luci e soprattutto i suoi lati oscuri; filosoficamente, con domande a volte angosciate sui rapporti esistenti tra l’uomo e la divinità.
Artisti di tutti i tempi si sono ispirati ai suoi versi immortali e anche ai nostri giorni ci si misura con le sue storie e i suoi personaggi, cercando chiavi di lettura più moderne e alternative.
La barchetta di carta che troviamo in queste tele ben simboleggia tutto ciò: è sì un mezzo per viaggiare, ma essendo per sua natura fragilissima, é destinata a soccombere sotto i colpi dell’avverso destino. La seguiamo nelle situazioni più stravaganti, perché l’uomo, con la sua curiosità, si avventura per mondi sconosciuti, affrontando pericoli a volte palesi, come popolazioni feroci o mostri spaventosi, a volte molto più subdoli e nascosti, come le Sirene incantatrici.
A poco valgono le richieste di aiuto agli Dei. Gli Dei sono lontani, arroccati nel loro empireo e solo giudicano e condannano, e quando scendono nel mondo ad incontrare Ulisse, spesso lo intralciano a bella posta o lo usano senza scrupoli per i loro fini. Le prove si susseguono le une alle altre: tempeste marine, naufragi, prigionie lunghe decine d’anni, mostri mitologici che riecheggiano la parte più oscura dell’animo umano, divinità avverse la cui forza è incontrastabile, davanti alle quali l’uomo può solo chinare il capo e sperare di sopravvivere in un modo qualsiasi.
Così l’uomo/Ulisse continua nel suo peregrinare infinito, sospinto sì dalla voglia incoercibile di conoscere, ma anche dal capriccio degli Dei, sballottato suo malgrado lontano dalla sicurezza di casa.
E alla fine proprio a casa Ulisse stanco vuole tornare, a Itaca… “aspra di scogli e di gagliarda gioventù nutrice”, un miraggio inafferrabile in mezzo al mare, dove ci sono la casa avita e la famiglia, dove c’è Penelope che, sola, affida ad una tela sottile la sua ribellione all’oppressore e i sogni di una vita che le è stata negata, anche lei simbolo della volontà umana che non si piega alle disgrazie predisposte dal fato come trappole sul cammino della vita. La donna di Ulisse è la sua controparte femminile, forte, astuta, incrollabile nella sua virtù e nella sua fede. Prigioniera in casa propria, Penelope tesse la proverbiale tela intrecciando sogni e lacrime, sospiri e astuzie, per contrastare il dominio di maschi estranei, restando fedele ad un sogno che sembrerebbe finito per sempre. Altre donne, negli anni di solitudine di Penelope, hanno avuto l’amore di Ulisse, in particolare Calipso, che lo tenne legato a sé per lunghi anni, grazie a incantesimi a cui Ulisse non poteva sfuggire. Ma la barchetta è sempre in mare, riesce comunque a sfuggire agli incantamenti, alle prigionie, alle insidie che come sabbie mobili risucchiano e stritolano e distruggono; Itaca, l’isola che non c’è, è sempre presente nella mente di Ulisse, è un miraggio all’orizzonte, è la fine del viaggio, il porto sicuro dove la fragile barchetta di carta potrà infine riposare.
Col ritorno a casa di Ulisse finisce l’ Odissea, ma in questo ciclo di tele si trova uno spiraglio aperto verso una ipotetica continuazione: il viaggiatore prima si riposa, poi si ritrova ormeggiato ad un palo, nell’acqua bassa, l’orizzonte parzialmente chiuso da un promontorio; può solo sognare di ripartire, sente la corrente sotto la chiglia di carta, ma il filo sottile lo trattiene a riva…
Ci sarà una mano amica che scioglierà l’ormeggio e lo lascerà libero di solcare i mari e correre incontro all’avventura, come ha predetto l’indovino Tiresia, ma questa è un’altra storia.

Antonietta Mazzamuto


Nino Perricone - Oltre

E’ difficile parlare di un artista quando vai per la prima volta al suo studio e vedi opere (tante!) che non ha fatto vedere a nessuno, se non a pochi amici fidatissimi. E’ difficile riprendersi dallo stato di stupore ed esaltazione prodotto dalla vista dei suoi lavori, alcuni di grandi dimensioni, che nello spazio ristretto della stanza assalgono chi guarda con la forza, o per meglio dire la violenza, dei colori. Prima le tele piccole, i 60x70, strati di colori che si squarciano su altri colori, lasciando intravedere un interno o un esterno, rispetto a chi guarda, a seconda di come lo percepisce lo spettatore. Poi le tele grandi, i 100x120, vere e proprie battaglie di cromatismo, gialli luminosi contrapposti ai rossi più incendiari, blu variegati di bianco, con varchi che lasciano scorgere rossi cupi, che sembrano affiorare dalle viscere della terra.  

Su che cosa affacciano quelle aperture? Sul caos primordiale, sul magma al centro della Terra, sull’inizio della vita nell’universo, sul cuore dell’artista che brucia con invariato vigore dalla nascita? Tutto è possibile, dalla visione cosmica a quella intima, dal ghiaccio siderale che racchiude il magma, al fuoco eterno che brucia nel cuore di un uomo, che tenta di tenere a freno passioni e impulsi interiori; da qui il contrapporsi di colore freddo all’esterno (razionalità, regole sociali, repressioni) e colore caldo all’interno (passione, istinto, furia creatrice). Lavorati con spatole e strumenti diversi dal pennello, i colori si stratificano gli uni sugli altri, strappandosi qui e là per fare vedere oltre lo strato più esterno. E’ appunto “oltre” che ci porta Perricone, oltre l’ovvio della quotidianità, oltre il peso del passato, oltre il lavoro ormai compiuto e superato. Con l’ occhio di chi ha molto vissuto e sofferto, l’artista indaga sui moti del proprio cuore e sparge a piene mani colori violenti sulle grandi tele, quasi a voler dire a chi guarda che non importa il numero e il peso degli anni già vissuti, quello che importa davvero è la vita che scorre ancora irruenta e inarrestabile nelle sue vene.

Antonietta Mazzamuto


Pina D'Agostino

“Medea tra noi” è una mostra forte, coinvolgente e sconvolgente.
Ispirata dai fatti di cronaca più tragici di questi ultimi anni, Pina D’Agostino si cimenta con un tema difficilissimo, quello delle madri assassine, che sacrificano i loro figli con le proprie mani, senza versare una lacrima.
Sono tele scure, dai colori sporchi, solo i rossi sono vivissimi, quasi a dire che il sangue delle piccole vittime è puro, senza contaminazioni, e scola sulle tele senza sosta, perché così hanno voluto le loro madri. Tutt’attorno invece orrore e oscurità.
Senza riferimenti precisi a reali fatti di cronaca, la D’Agostino riunisce idealmente in un’unica figura le madri assassine e le rappresenta con un mito: Medea, la madre che sacrificò i suoi figli sull’altare dell’amore e della vendetta.
Così, nel lunghissimo corridoio del complesso monumentale “Guglielmo II” di Monreale, le tele della D’Agostino si susseguono una dietro l’altra in una processione di morte, presentando al pubblico una serie d’immagini rarefatte; dal buio dei fondi affiorano volti senza lineamenti, occhi sbarrati, bocche aperte in un urlo silenzioso, bambini appena tratteggiati che sembrano entrare e uscire dal corpo della madre, come in effetti succede in qualsiasi caso di infanticidio ad opera della madre: colei che uccide è colei che prima ha dato la vita; o meglio: colei che prima ha creato è la stessa che poi distrugge la sua creatura.

Con poche linee scure l’artista quasi graffia i fondi dal colore incerto e così le sue figure appaiono in superficie, senza però prendere corpo o spessore, lievi ectoplasmi che si coagulano e si dissolvono davanti agli occhi di chi guarda smarrito questa tragica danza di morte. Dietro le figure principali, altre lievissime raffigurazioni affiorano e scompaiono, come è giusto che facciano i fantasmi, apparire e subito scomparire, cosicché non si è certi di quel che si è visto… un guizzo della luce o uno scherzo dei nostri occhi stanchi? Davanti allo strazio di questi spiriti che si sforzano di farsi vedere da noi vivi, che boccheggiano nel tentativo di rimanere a galla (sembra quasi di sentire le lamentazioni di un coro greco, che c’è e non c’è) noi, i vivi appunto, ci ritraiamo terrorizzati e anche “disturbati”, perché qualcosa di così misterioso, insondabile e angoscioso destabilizza le nostre fragilissime certezze.
Visionaria al punto di “vedere gli spiriti”, la D’Agostino decide di farli vedere anche a noi e così ci mette davanti ai nostri incubi peggiori, perché l’ assassinio di un bambino è quanto di peggio mente umana può concepire. E che diremo di queste madri assassine? Come convivere con queste nuove Medee moderne che vivono appunto “tra noi”? Di solito, per tranquillizzarci, invochiamo la pazzia, o, come direbbe il nostro sistema giudiziario, l’infermità mentale, termine che svuota di ogni pathos la follia distruttrice e assassina.

Pina D’Agostino apparentemente non traccia giudizi, si tiene lontana il più possibile dal coinvolgimento emotivo; come un chirurgo in sala operatoria, seziona ed esamina, analizza e racconta. Immergendosi nella creazione del dipinto, attraverso la scelta dei colori, nel realizzare a colpi di spatola forme e figure, si fa una ragione del fatto criminoso, lo sviscera in ogni sua piega più intima.
Ma essendo madre ella stessa, non riesce a tacere su queste donne che hanno ucciso i propri figli. Tra le righe lascia capire cosa pensa di loro: citando i versi in cui Medea spiega le sue ragioni per l’uccisione dei figli (“… ucciderò i miei figli…
..non voglio abbandonarli in altre mani… E’ inevitabile che muoiano e se così dev’essere io li ucciderò, io che li ho messi al mondo…”), la D’Agostino bolla tutte le altre madri assassine, non povere pazze ottenebrate dalla follia, ma mostri che non hanno diritto di invocare una qualche attenuante o simpatia per il loro gesto estremo.
Come nell’inferno dantesco, le madri rappresentate resteranno rinchiuse nello spazio ristretto della tela e continueranno a fluttuare per l’eternità in un marasma di dolore, accompagnate dal corteo dolente delle loro piccole vittime.

Antonietta Mazzamuto

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